Pre-partenza e confort zone

Stamattina ho messo la sveglia presto, per poter sfruttare al meglio ogni minuto, perché oggi è il giorno prima della partenza.

 

E nella testa avevo una lunga e confusa lista di cose da fare che comprendeva spedire un paio di pacchetti, stampare il biglietto, guardare che tempo farà a Bath per decidere cosa mettere in valigia, comprare una guida, comprare un letto nuovo, guardare il cambio sterlina-euro, scrivere un paio di mail, fare un paio di telefonate, fare la valigia, lavarmi i capelli and so on and so on, potrei andare avanti ancora parecchio.

 

E pensavo, durante la giornata, a quella sensazione che mi sentivo addosso di voler fare tante cose, di voler vedere le amiche per salutarle, e telefonare e scrivere mail e spedire pacchetti. E mi sono resa conta che è come se volessi fare una scorta di cose conosciute, delle persone vicine, delle strade della mia città, di conversazioni nella mia lingua e di acquisti con la “mia” moneta. E’ come se volessi fare una scorta di “confort zone”.

 

Perchè partire vuol dire uscirne. Vuol dire ritrovarsi fra persone che non conosci, in una città che non conosci, a parlare una lingua che non è la tua e a fare i conti in testa per sapere quanto costa un panino, o un libro o il biglietto dell’autobus. E vuol dire scoprire cose nuove, posti nuovi, persone nuove, parole nuove, gusti nuovi.

 

E per me soprattutto vuol dire scoprirmi e conoscermi in modo nuovo. Scoprire i miei modi di affrontare le novità e gli imprevisti di un posto nuovo, scoprire i miei meccanismi di adattamento, scoprire come certe cose di me non cambiano, nemmeno con l’inglese, con le persone o con i posti sconosciuti.

 

E lasciare la mia confort zone un po’ mi spaventa, perchè vuol dire entrare in un territorio in cui mi devo mettere in gioco, forse di più di quanto non faccia quando sono a casa.

 

Ma conosco anche quella sensazione di familiarità che scopro dopo qualche giorno quando, oltre le novità, comincio a scoprire le cose simili, quelle che mi fanno sentire a casa via da casa e quelle che mi fanno pensare “ah vedi, anche qui…”, quelle che mi fanno capire che sto riuscendo a crearmi un mio nuovo spazio, dove il nuovo ed il vecchio hanno trovato una nuova forma, ed io sono sempre la stessa, ma un po’ diversa.

 

E all’improvviso ci sono di nuovo nella mia confort zone, una nuova, che prima nemmeno sapevo esistesse. E allora è bello, perché sento che questo posto, queste persone, questi colori, questi gusti sono diventati anche miei. A volte invece l’alchimia non funziona, ma è bello lo stesso, perché imparo a conoscermi, e a riconoscere quali sono quegli elementi che permettono ad un posto qualunque di diventare un posto mio, oppure no.

 

P.S.: e parlando di prepararsi a partire c’è un’altra sensazione che ormai mi è familiare: quella della valigia fatta a mezzanotte. Perchè non importa quanto presto io mi svegli la mattina, ormai lo so, la valigia la faccio sempre all’ultimissimo minuto.

 

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Reportage di una settimana in fattoria – part 3

Eccomi, the final episode…

 

Ora che “l’altra me” si gode quel senso di pienezza che ti dà l’essere riuscita a usare le parole per esprimere le emozioni, io ci provo di nuovo a raccontare ancora un paio di cose sulla vita in fattoria.

 

Ci pensavo prima e mi dicevo “e che c’avrai da raccontare di una settimana in fattoria che ancora scrivi?”, è vero è stata solo una settimana, eppure ho visto, imparato e fatto un sacco di cose.  Il giorno prima di partire, parlando con i padroni di casa facevo, un po’ scherzando ed un po’ no, la lista di tutte le cose nuove che avevo imparato o fatto per la prima volta durante quella settimana.

 

E a parte ciò che ho già raccontato ho anche visto un frantoio, di quelli vecchio modello, ed ho scoperto come si fa’ l’olio. Ho passato una mattinata a pulire l’orto dalle erbacce per scoprire che ha un effetto profondamente rilassante su di me. E poi ho raccolto le mele dall’albero.

 

Mentre andavamo al frantoio a portare le prime cassette, Barbara e Maurizio, i miei ospiti, mi hanno avvisata “Il tizio del frantoio è un po’ particolare, attacca bottone e può andare avanti a parlare per delle ore. E poi è fissato con il peso: vedrai che ti squadra e cerca di indovinare quanto pesi e poi per provarti che ha ragione ti fa salire sulla pesa delle olive!”. La visita al frantoio si preannunciava decisamente interessante. Io me ne sono stata zitta zitta ad osservare fino a quando il frantoiano, così lo chiamavano, mi ha chiesto se avevo la lingua. A quel punto ho semplicemente annuito e quando lui mi ha chiesto da dove venissi, credendo che fossi straniera, la prima risposta che mi è venuta in mente è stata “Inghilterra”. Lui mi ha guardato tutto sorpreso e mi ha detto “ma, strano, non mi sembri, quegli occhi hanno troppa luce”, al che ho corretto il colpo dicendo che i miei genitori sono di origini spagnole. Ma dentro di me mi chiedevo se la “luce” che diceva di vedere fosse quelle degli occhi scuri mediterranei o quella degli occhi che cercano di coprire una bugia con scarsi risultati… Ad ogni modo, invece che sul mio peso, ha deciso di indovinare la mia età. “E fammi indovinare un po’, hai 26 o 27 anni” e io, “No, no, 28”. Insomma sono uscita dal frontoio con un’identità nuova di zecca: 28enne inglese con origini spagnole, poco credibile, ma divertente!

 

Ma veniamo all’olio: in questo frantoio mettono le olive in una sorta di grande vasca dove ci sono due macine di pietra che girano, girano, girano fino a ridurle in una poltiglia che ha l’aspetto di un patè (ma non il sapore!). Poi questo impasto viene spalmato su dei dischi che vengono impilati l’uno sull’altro e messi sotto una pressa. Qui l’olio, misto ad acqua, comincia a colare e viene raccolto in una centrifuga dove poi viene separato dall’acqua e voilà, è pronto. Ci sono anche dei frantoi più moderni che funzionano in modo diverso, ma io non ne ho visti. Comunque è molto bello ora, quando cucino, avere un’idea di cosa succede prima e di come, dall’albero, si arriva al condimento per l’insalata.

 

E poi ho lavorato nell’orto. Mia madre ce l’ha sempre avuto un orto con un po’ d’insalata e di pomodori e tutte le erbe aromatiche, ma le mie massime incursioni in questo territorio erano per raccogliere qualche pomodoro o qualche foglia di basilico che “scusa mammina ma non c’ho voglia di sporcarmi tutta di terra”. Poi, un giorno, visto che il tempo non era proprio bello, Barbara mi dice “Che ne dici se oggi lavoriamo nell’orto” ed era chiaramente una domanda retorica perché, essendo loro ospite, non mi potevo permettere di fare la schizzinosa come facevo con mia madre. E quindi nell’orto, a togliere le erbacce. Era tutto bagnato perché aveva piovuto da poco, io avevo gli stivali di gomma verde militare, che non mettevo dai tempi delle mie field trips lungo i fiumi colombiani, e i guanti da giardinaggio. Le maniche della felpa hanno cominciato a sporcarsi di fango ed ho pensato, letteralmente, di rimboccarmele, così non si sarebbero sporcate di più. Chissà che problema ho io con l’idea di sporcarmi.  Chiaramente le ortiche hanno cominciato a pungermi le braccia nude ed io ho pensato che era meglio la felpa sporca ed ho riabbassato le maniche. Comunque c’è qualcosa di speciale nel lavorare all’aria aperta, accucciati, a diretto contatto con la terra. Ora, io non mi intendo assolutamente di meditazione, ma in qualche modo ho l’idea che la sensazione che ho provato in quel momento fosse simile a quella che si prova meditando. E’ come se all’improvviso fossi da sola, in uno spazio tuo, connessa e collegata alla terra in un modo difficile da descrivere a parole. E senti i profumi della terra bagnata che si mescolano con quelli delle piante che hai intorno, e ti fermi ad ammirare un cespo di insalata che ha una forma così perfetta che ti sembra impossibile che una volta fosse solo un semino, e poi magari scorgi un maggiolino su una delle foglie che stai strappando e gli dai il tempo di passare ad una foglia di insalata. Ecco insomma una sensazione di calma, di lentezza, di tranquillità inaspettatamente ed incredibilmente rilassante. Mamma, mi dispiace, ad averlo saputo prima mi sarei goduta quell’orto insieme un po’ di più, ma sono sicura che abbiamo ancora tempo per recuperare.

 

E anche raccogliere le mele, direttamente dall’albero, e riempire un cesto intero, senza andare al mercato, ha qualcosa di magico e speciale. E poi le abbiamo fatte cotte, che detto così fa tanto cibo da ospedale, ma se le tagliate a fettine, le bagnate con il succo di limone, un po’ di zucchero di canna, cannella a volontà e poi le fate cuocere qualche minuto in padella e poi magari le servite con una pallina di gelato alla vaniglia sono veramente, veramente deliziose!

 

belle bellissime

 

 

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Le piccole cose

A volte mi chiedo se sono io che scrivo o se ci sia qualcun altro dentro di me che decide cosa e quando, e l’unica cosa che posso fare io è semplicemente lasciare che “l’altra me” affiori, si impossessi delle mie dita e scriva quello che ha bisogno di scrivere.

 

Sì, perché sono due o tre giorni che diligentemente vengo qui, apro il draft del terzo episodio della vita in fattoria e cerco di scrivere qualcosa che abbia senso e che riesca a rendere l’idea di quei giorni, di quell’esperienza e delle cose che ho fatto, imparato e scoperto. E qui “l’altra me” prende il controllo e mi dice “Elisa guarda, bella la vita in fattoria, ma quella può aspettare. Hai delle altre emozioni da raccontare ora. Punto”. E comincio ad imparare che quando mi sento così è inutile opporre resistenza, perchè scrivere mi diverte, e mi rilassa, e mi riempie e quando oppongo resistenza non succede nulla di tutto questo.

 

E quindi “l’altra me”, vai, smetto di resistere, la tastiera è tutta tua, dì quello che devi dire.

 

Ecco questa settimana mi sono presa un paio di spaventi. Di quelli del tipo “Si faccia un’ecografia perchè qui vedo qualcosa, niente di grave, ma si faccia un’altra ecografia”. E tu chiaramente, che hai l’udito selettivo, il niente di grave non lo senti proprio, e quello che ti lampeggia nella testa come l’allarme di evacuazione di un palazzo in fiamme è “devo fare un’altra ecografia, ora”. E per quanto tu cerchi di disattivare l’allarme e ti sforzi di prendere le cose una alla volta, in sequenza, respira, non piangere, ora prendi l’ appuntamento, poi vai al supermercato a comprare il latte, poi torni a casa, ti siedi e poi vediamo che si fa’, ecco per quanto tu cerchi di razionalizzare e di concentrarti sulle piccole azioni, il tuo cervello ha preso il volo tipo Bolt alle Olimpiadi ed i tuoi pensieri vanno troppo veloci per riuscire a stare loro dietro, cominciano tutti con “e se” seguiti da immagini casuali di ospedali, malattia, paura, buio, nero, e disperazione. E con questi pensieri impazziti tu respiri, trattieni le lacrime, prendi l’appuntamento, vai al supermercato a comprare il latte e via dicendo.

 

Poi torni a casa e piangi. Ti siedi per terra in cucina e digiti su google quelle parole che ti hanno mandato in cortocircuito il cervello, leggi di traverso 5 siti diversi e quando non ci trovi scritto nè malattia, nè ospedale, nè paura, nè buio, nè disperazione, e neppure nero, a quel punto il “niente di grave” di cui sopra comincia a farsi strada, i pensieri si calmano e tu ti dici “ok, ora mi tranquillizzo e mi attrezzo per passare le ore che ho davanti fino all’altra ecografia”.

 

E poi l’altra ecografia arriva ed effettivamente “niente di grave, faccia un controllo fra sei mesi” e tu tiri un sospiro di sollievo, esci dall’ambulatorio e ti riprendi la tua vita, quella che avevi fino a 24 ore prima.

 

E pensavo a come avrebbe potuto essere diversa la mia reazione. Nel senso che se quel medico mi avesse detto “qui c’è un problema”, la mia vita sarebbe stata, presumibilmente, stravolta ed avrei dovuto cominciare a percorrere un cammino sconosciuto, imprevedibile e che incute molto timore. Mi sarei sentita terrorizzata e sola, e persa. E siccome invece “tutto bene”, allora va bene, tutto come prima, questa è stata solo una breve parentesi di preoccupazione. E mi fa pensare come nella mia realtà, quel piccolo mondo che sento intorno a me, le brutte notizie stravolgano, quelle buone lascino quasi indifferenti, come se fosse dovuto, come se fosse la normalità.

 

E invece nulla è dovuto, e nulla è normalità e le cose, tutte le cose, non succedono solo agli “altri”, quell’entità lontana ed astratta con la quale non sono previsti contatti diretti. Tutte le cose succedono a tutti noi, tutti i giorni. Quelle bellissime e quelle bruttissime di solito capitano più raramente.

 

In mezzo, per me, ci sono le piccole cose, quelle che per accorgertene a volte ci devi pensare un attimo, quelle che ti fanno sorridere all’improvviso, quelle normali che, quando ci fai caso, rendono i tuoi giorni speciali. E le piccole cose ci sono sempre e temperano l’amaro dei momenti difficili e dolorosi o rendono più frizzante la gioia dei momenti belli.

 

E quindi, in mezzo agli spaventi e alle emozioni sulle montagne russe, ecco alcune delle mie piccole cose di questi ultimi giorni:

 

#  piantare menta e rosmarino nel vaso alla finestra della cucina;

 

# rimettere i semi per l’uccellino dopo più di due mesi, e scoprire dopo un paio d’ore che lui ha già ritrovato la strada di casa;

 

# fotografare i miei biscotti natalizi insieme ad un’amica;

 

# giocare con la bimba di un’amica ad indovinare il sapore della marmellata e ricavare cuori e stelle da una mela tagliata a fettine;

 

davvero, fatti con tanto amore

 

Quali sono le vostre piccole cose di questi giorni?

 

P.S.: ecco, ora che “l’altra me” ha detto quello che aveva da dire, magari nei prossimi giorni riesco anche a finire di raccontare come sono andate le cose in fattoria…

 

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