Ammirazione

Oggi ero in giardino in questo nuovo posto nel sud della Francia dove sono venuta a dare una mano in cucina per un paio di settimane.

 

Ero seduta a leggere un libro e poco più in là c’era un ragazzo che è qui in “ritiro creativo”, sta scrivendo un libro e si è preso qualche giorno di vacanza per immergersi nella scrittura. E ad un certo punto lui mi ha chiesto se il libro che stavo leggendo mi piaceva.

 

E io gli ho risposto “Sì, mi affascina. L’ho scelto perché mi sembrava una buona compagnia per le prossime due settimane, e poi ho scoperto che è un po’ autobiografico. Parla di due giornalisti, corrispondenti da zone di guerra che tornano a Londra dopo anni all’estero e cambiano vita. E io non ero una giornalista ma ho vissuto in zone di guerra, e insomma, mi pare interessante leggere la loro storia ed un po’ mi ci riconosco”.

 

E poi la conversazione è stata una ripetizione di tante conversazioni simili avute negli ultimi due anni. Dove sei stata? Cosa facevi? Qual’è stato il posto più difficile? Accompagnato dall’ultima, inevitabile esclamazione “Wow, that’s amazing!”

 

E poi da me che aggiungo “Sì, è un lavoro incredibile, speciale, molto bello a suo modo, ma guardando indietro, mi rendo conto che è un lavoro che ti succhia l’anima e tu non te ne accorgi, e a volte quando te ne accorgi è troppo tardi”.

 

Ma ho sempre l’impressione che la persona che ho davanti colga il fascino di ciò che facevo, e non le difficoltà di ciò che facevo. E forse anche ne io coglievo solo il fascino e non i rischi e le difficoltà. E forse ancora oggi ne sento più il fascino, negando tutto il resto, perché altrimenti non mi spiego perché quei visi pieni di ammirazione per ciò che facevo mi facciano così male. Il mio pensiero va immediatamente a “Non c’è paragone fra allora e adesso” e “Chissà se farebbe la stessa espressione ammirata se gli dicessi che ora vorrei aprire un piccolo posto speciale dove fare torte e biscotti speciali e dove le persone possano rifugiarsi per trovare un momento di pace, di serenità, tutto per sé”, convinta, chiaramente, che non ci sarebbe la stessa espressione ammirata.

 

E poi mi fermo un attimo e mi chiedo “Ma che te ne frega di cosa pensa questo? E’ una conversazione di cinque minuti, completamente superficiale. Ma che te ne frega se ti ammira per quello che facevi? O per quello che fai?”. E la verità è che non me ne frega chiaramente nulla. Ma quella ammirazione è una droga. Io ci vivevo immersa dentro e non me ne rendevo conto.

 

E credo che quei visi pieni di ammirazione mi facciano tanto male perché riflettono ciò che penso io, l’ammirazione che avevo per me stessa e che non ho più.

 

E sogno del giorno in cui quei visi ammirati non mi faranno più male, in cui sarò fiera di raccontare ciò che faccio nello stesso modo in cui sono fiera di raccontare ciò che facevo. Sogno del giorno in cui la metamorfosi sarà completa ed in cui potrò guardare indietro sapendo che quello era il bruco e sarò grata, al bruco di ieri e alla farfalla di oggi.

 

Ma io ancora conosco solo il bruco e la trasformazione mi spaventa, e mi fa male.

 

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1 Commento

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Una risposta a “Ammirazione

  1. Claire de Lune

    questa è l’ammirazione di sconosciuti, verso una sconosciuta che racconta la sua vita, fino ad allora, fuori dal’ordinario. E’ un pò come commentare un film visto la sera su un divano in salotto. Stai comodamente seduto a guardare in tv delle vite diverse dalle tue, poi spegni la televisione, vai a dormire, e la vita ricomincia. Lasciando a quell’ammirazione il tempo di una serata. Di solito, poi, questa ammirazione è sempre di tipo “comparativo” rispetto alle situazioni personali. Ammiri negli altri ciò che probabilmente vorresti essere in grado di fare tu, per te stesso. L’ammirazione autentica dura molto di più e prescinde dalle circostanze contingenti. Un abbraccio e non avere paura della farfalla

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