Archivi del mese: settembre 2012

Ammirazione

Oggi ero in giardino in questo nuovo posto nel sud della Francia dove sono venuta a dare una mano in cucina per un paio di settimane.

 

Ero seduta a leggere un libro e poco più in là c’era un ragazzo che è qui in “ritiro creativo”, sta scrivendo un libro e si è preso qualche giorno di vacanza per immergersi nella scrittura. E ad un certo punto lui mi ha chiesto se il libro che stavo leggendo mi piaceva.

 

E io gli ho risposto “Sì, mi affascina. L’ho scelto perché mi sembrava una buona compagnia per le prossime due settimane, e poi ho scoperto che è un po’ autobiografico. Parla di due giornalisti, corrispondenti da zone di guerra che tornano a Londra dopo anni all’estero e cambiano vita. E io non ero una giornalista ma ho vissuto in zone di guerra, e insomma, mi pare interessante leggere la loro storia ed un po’ mi ci riconosco”.

 

E poi la conversazione è stata una ripetizione di tante conversazioni simili avute negli ultimi due anni. Dove sei stata? Cosa facevi? Qual’è stato il posto più difficile? Accompagnato dall’ultima, inevitabile esclamazione “Wow, that’s amazing!”

 

E poi da me che aggiungo “Sì, è un lavoro incredibile, speciale, molto bello a suo modo, ma guardando indietro, mi rendo conto che è un lavoro che ti succhia l’anima e tu non te ne accorgi, e a volte quando te ne accorgi è troppo tardi”.

 

Ma ho sempre l’impressione che la persona che ho davanti colga il fascino di ciò che facevo, e non le difficoltà di ciò che facevo. E forse anche ne io coglievo solo il fascino e non i rischi e le difficoltà. E forse ancora oggi ne sento più il fascino, negando tutto il resto, perché altrimenti non mi spiego perché quei visi pieni di ammirazione per ciò che facevo mi facciano così male. Il mio pensiero va immediatamente a “Non c’è paragone fra allora e adesso” e “Chissà se farebbe la stessa espressione ammirata se gli dicessi che ora vorrei aprire un piccolo posto speciale dove fare torte e biscotti speciali e dove le persone possano rifugiarsi per trovare un momento di pace, di serenità, tutto per sé”, convinta, chiaramente, che non ci sarebbe la stessa espressione ammirata.

 

E poi mi fermo un attimo e mi chiedo “Ma che te ne frega di cosa pensa questo? E’ una conversazione di cinque minuti, completamente superficiale. Ma che te ne frega se ti ammira per quello che facevi? O per quello che fai?”. E la verità è che non me ne frega chiaramente nulla. Ma quella ammirazione è una droga. Io ci vivevo immersa dentro e non me ne rendevo conto.

 

E credo che quei visi pieni di ammirazione mi facciano tanto male perché riflettono ciò che penso io, l’ammirazione che avevo per me stessa e che non ho più.

 

E sogno del giorno in cui quei visi ammirati non mi faranno più male, in cui sarò fiera di raccontare ciò che faccio nello stesso modo in cui sono fiera di raccontare ciò che facevo. Sogno del giorno in cui la metamorfosi sarà completa ed in cui potrò guardare indietro sapendo che quello era il bruco e sarò grata, al bruco di ieri e alla farfalla di oggi.

 

Ma io ancora conosco solo il bruco e la trasformazione mi spaventa, e mi fa male.

 

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Camino soundtrack-part 1

A me la musica piace un sacco.

 

Ma non ne so parlare, non so esattamente che gusti ho in fatto di musica, o forse non ne ho. Quando entro in una libreria mi so muovere, so dove andare a cercare, o semplicemente mi faccio “trasportare” dall’atmosfera, giro fra gli scaffali, prendo i libri e li metto giù e poi, con una pila selezionata, mi siedo dove posso e sono capace di passare le ore. Se entro in un negozio di musica mi perdo, non so da che parte cominciare, mi sento un po’ a disagio e finisce che esco dopo cinque minuti.

 

L’unica vera maniera in cui la musica entra nella mia vita è quella che ascolto, di solito per caso, e che collego ad un momento speciale, particolare, o semplicemente ad un momento. Ed allora posso riascoltare quella canzone un milione di volte senza stancarmi.

 

Per cui a me non piace un tipo di musica piuttosto che un altro, mi piace la musica che mi ricorda e mi riporta a dei momenti belli ed emozionanti della mia vita.

 

E l’altro giorno ascoltavo un po’ di musica mentre lavoravo e mi è tornata alla mente una canzone che per me vuol dire Cammino, e quindi la adoro.

 

Eravamo a Granon, un piccolo albergue subito dopo Santo Domingo de la Calzada. Era un posto davvero speciale, nella torre del campanile di una chiesa. Una stanza con i materassi per terra ed una sala comune con la stufa che andava a tutta forza. Avevamo passato il pomeriggio scaldandoci vicino alla stufa e pelando patate per las “patatas a la riojana” che abbiamo mangiato a cena tutti insieme. Eravamo una quarantina ed in cinque minuti erano apparsi tavoli e sedie per tutti. Molti di noi non si conoscevano, eppure c’era un’atmosfera calda, serena, rilassata, eravamo a casa.

 

Dopo cena, per chi voleva, c’è stata la possibilità di andare in chiesa, nello spazio riservato al coro, per un momento di preghiera. Più che un momento di preghiera era un momento di spiritualità.  Ci siamo passati di mano in mano una candela accesa in questa chiesa buia e fredda, ed ognuno poteva esprimere un pensiero, un desiderio, una preghiera. Ognuno nella propria lingua. E chi preferiva poteva esprimere i suoi pensieri con il silenzio.  E’ stato un momento molto intenso, ed emozionante.

 

Alla fine, prima di augurarci la buona notte, la hospitalera che gestiva l’albergue ha chiesto se qualcuno volesse concludere cantando una canzone. C’è stato un momento di imbarazzo, di quello in cui tutti si guardano pensando “io non mi metto a cantare qui nemmeno” e stavamo quasi per andarcene e poi questo ragazzo, italiano anche lui, alza la mano e dice “io posso cantare”. Giusto in tempo. Ci siamo fermati dove eravamo, c’è stato un attimo di silenzio, e poi lui ha cominciato a cantare “Amazing grace, how sweet the sound”.

 

E’ stato un momento bellissimo, al buio della chiesa, la sua voce nuda, senza musica, senza strumenti. Ed il nostro silenzio, pieno di emozione.

 

Ecco, per me questa canzone sarà per sempre legata a quel momento speciale, a quel periodo speciale. Fa parte della colonna sonora del mio Cammino.

 

La prossima volta che qualcuno mi chiede che musica ascolto gli rispondo “A volte, Amazing grace”.

 

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Saint Nectaire

 

Qualche giorno fa sono tornata nel laboratorio di pasticceria.

 

La prima volta che ci sono stata l’appuntamento era alle 3 e io mi sono svegliata alle 2.15, per avere il tempo di prepararmi con calma e bermi un caffè prima di uscire. La seconda volta l’appuntamento era alle 2 e mi sono svegliata all’1.30, avevo deciso di sacrificare il tempo del caffè in favore di un quarto d’ora in più di sonno. L’altro giorno l’appuntamento era di nuovo alle 2 e la sveglia all’1.40. A volte 10 minuti di sonno in più sembrano vitali.

 

Essendo la terza volta cha andavo, Bruno, il pasticciere, ha lasciato da parte il cerimoniale ed arrivati al laboratorio mi ha dato un grembiule e mi ha detto “Metti sul fuoco 10 litri di latte”. La prima volta che ero andata avevano fatto 4 litri di crema e a me era sembrata un’enormità, che dire di 10? Quando è arrivato il momento di aggiungere al latte caldo le 30 uova, il chilo di farina ed i due chili e mezzo di zucchero mi sono letteralmente rimboccata le maniche ed ho cominciato a girare tenendo la frusta con entrambe le mani. Una fatica! Ma anche una meraviglia.

 

Ad ogni modo, fra le tante cose che ho imparato in quel laboratorio c’è una ricetta di una torta salata. E visto che uno dei miei propositi durante questo viaggio era di imparare una ricetta tipica di qui, beh, sono molto soddisfatta perché, come dire, “mission accomplished”.

 

Si tratta della Tarte au Saint Nectaire.

 

Il Saint Nectaire è un formaggio molto tipico della zona, prodotto da molte fattorie, ed è morbido e cremoso. Per fare questa torta salata bisogna preparare una base di pasta brisé con 200 g di farina, 100 gr di burro e acqua fredda quanto basta a impastare (circa mezzo bicchiere).  Una volta fatto l’impasto si mette a riposare in frigo per circa un’ora, dopodiché si stende con il matterello (o con lo stendi pasta tipo stiratrice da albergo, se ce l’avete…) e si fodera una teglia a bordo basso precedentemente imburrata.

 

Si cosparge il fondo con abbondante pancetta tagliata a cubetti e poi con delle fette sottili di Sain Nectaire. Si aggiungono a coprire fette di pomodoro e, a seguire, una “crema” fatta mischiando un uovo sbattuto una confezione di panna da cucina ed una cucchiaiata abbondante di senape piccante. Infine si sparge sulla superficie del pangrattato e si inforna a 180° per 40-50 minuti fino a quando la crema è ben rappresa. Prima di servire è consigliabile lasciare raffreddare la torta qualche ora.

 

Il resto della storia è che, finito il turno in pasticceria prima di tornare a casa quella mattina, ho chiesto a Bruno se potevo prendere una delle tartes che avevamo fatto quella notte. Avevo deciso di scrivere la ricetta qui sul blog e volevo mostrare il risultato finale con una bella foto. la questione è che sono tornata a casa così stanca e così affamata che mi ci sono praticamente avventata non appena rientrata a casa e giusto prima di affondare le zanne mi sono ricordata della foto che quindi non è delle migliori…però posso assicurare, molto molto buona.

 

 

La sfida, tornata a Roma, sarà riuscire a trovare il Saint Nectaire…

 

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